Il giocoso ribaltamento del tavolo, ovvero sulla pittura di Antonio Caramia

Posted By on Nov 16, 2016 | 0 comments


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Il giocoso ribaltamento del tavolo, ovvero sulla pittura di Antonio Caramia

Se la pittura è il tentativo mai compiuto della rappresentazione di qualcosa, di qualsiasi cosa, allora ci si può accostare alla dimensione drammatica della surrealtà. Il sovvertimento della surrealtà opera è un’operazione assurdamente dolorosa: la realtà è nello stesso tempo rispettata e stravolta: rispettata nella sua immediata manifestazione(un peperone è un peperone e rimane tale), ma essa è soggetta a leggi che non sono quelle della gravità e può assumere dimensioni inusitate, capaci di contenere un’intera città. In conclusione: il surrealismo è, forse, in ultima analisi, l’esibizione umoristica di misteri tragici. Poco, importa, quindi se Magritte è meno barocco e aggressivo di Dalì, perché l’enigma è servito lo stesso allo spettatore, magari con sottigliezze più francesi. In altre parole, non si scappa. E ancora: i pittori surrealisti, quelli autentici, sono una sovversione della sovversione, ovvero stravolgono i surrealismi precedenti, perché se così non fosse quale surrealtà evocherebbero? La pittura di Antonio Caramia la si può paragonare a quel “coupe de theatre” che strappa un sorriso a mezza bocca, perché lo stupore comunque ne smorza l’esuberanza piena. I suoi quadri sono il tentativo di sublimare l’umorismo con la “u” maiuscola, quello della riflessione seria sotto le spoglie del divertimento, non rinunciando al lirismo e alle atmosfere intimistiche: le lattine di bibita sono grandi come delle torri al crepuscolo che emergono da immaginifiche acque marine, quasi a canzonare la maestosità dei grattacieli veri, le costruzioni ciclopiche delle metropoli, probabilmente suscitando una domanda alla civiltà: una bibita si presenta a noi con l’imponenza di un palazzo? Scherzi della sete…E poi, che dire delle città sospese nei cieli, con le loro basi coniche, tondeggianti, a simulare un enorme unico blocco pietroso, tuttavia leggero come un palloncino che sfugge al controllo del bambino durante le sagre di paese? Forse Caramia, in barba alla politica distratta degli amministratori di professione, intende “salvare” le città, collocandole lì dove la distruttività umana ancora non può arrivare: in cielo, appunto. E anche dove tutto sembra aderire alla quotidianità, magari il natio paesaggio campestre della puglia meridionale, spunta l’elemento sovvertitore, il ribaltamento giocoso, con lo spuntare di una cornice nella cornice, con blocchi sospesi a delineare i confini che non ci sono di quel perimetro d’erba assolato. Frutta e ortaggi, poi, sono più grandi delle stesse città, a ricordarci desideri profondi del corpo, inevitabilmente culminati nella mente che viaggia. Eh…già…la frutta non è solo la frutta, ma un isola dei piaceri…dei profumi che confortano e fanno viaggiare. Fichi d’india e peperoni sono, dunque, in Caramia pezzi di artiglieria contro la banalità del cibo contemporaneo e metropolitano, un atto giocoso di ostentazione del potenziale immaginifico contenuto nell’opulenza della sapienza contadina. La frutta del mediterraneo come occasione d’incontro con i pensieri…un’altra trovata del funambolo, del giocatore che ricorda la differenza fra il bravo esecutore e l’inventore: non rispettare il reale, ma stravolgerlo senza uscirne. Ma in Caramia, non vi è spazio per le tragedie inconsolabili e i drammi perenni. Anche la notte, nei suoi quadri, è solare, magari ridente, capace di smussare le canne fumarie delle fabbriche nemiche della salute, di strappare un sorriso anche lì dove l’occhio poggia su carabinieri in miniatura, disarticolati come giocattoli rotti sui rami, per cui non ci sarebbe nulla da sorridere, nonostante siano carabinieri…Ma questo è, con ogni probabilità, il nocciolo della sua arte: uno sberleffo che si libra sopra l’assurdità della vita.

                                                                                                                                             Francesco Clemente

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